QUESTO E' UN PICCOLO SPAZIO DI DENUNCIA ... DI DISSENSO ... DI SANA REAZIONE
... E' LO SPAZIO DEGLI "ANTICORPI" ...
- Indignatevi!
5 dicembre 2014
Lascio la responsabilità della risposta nelle vostre mani
23 luglio 2014

4 ottobre 2013
AAA ... Pastori ... cercasi ....
8 luglio 2013
il Papa arriva a lampedusa ... gira con una "campagnola" ... utilizza un calice realizzato con il legno delle barche dei migranti ...
le tre AAA possono finalmente essere cancellate ...
resto pecora ... ma ho trovato il mio pastore ...
Ciao,
7 luglio 2013 -
L’anestesia del cuore che ci rende insensibili (Adriano Sofri).
24 maggio 2013 - Albero Pellè
Scrivo per un tema che mi tocca
profondamente, insieme a milioni di italiani, su cui si continua a far finta di
nulla. Come tanti sto vivendo il dramma, nel senso opposto agli esodati e ai
precari, per la pesantissima “riforma-prigione” pensionistica e del lavoro,
affossando tanti onesti cittadini anziani che, come me, hanno già versato
doverosamente il proprio contributo al Paese. Sarei dovuto andare in pensione
due anni fa ma, pur con oltre 37 anni di provante professione come operatore
sanitario, sarò costretto senza scelta a prolungare il lavoro per altri sette
lunghi anni. Certamente chi fa un lavoro gratificante non si pone il problema
di lavorare anche oltre 80 anni...
Lo scempio della
“riforma” è tra lo sgomento di molti, mentre il malessere sociale diventa
sempre più incontenibile giacché calpestati la dignità del lavoro e la Vita.
Contro i Diritti Umani
si è adottata una tirannia finanziaria, dato che ci si mette un attimo a
legiferare mostruosi tagli lineari sui più deboli e la previdenza, ma una vita
per non attuare ad esempio provvedimenti urgenti (per uno Stato efficiente)
come la
decantata crescita, la riforma della Giustizia e quella Elettorale, nonché
l’eliminazione totale degli sperperi giganteschi della politica e del suo
indotto.
Desidero dunque
sottoporre alla Vostra attenzione la mia testimonianza diretta sull’immane
dramma di Pensioni e Lavoro (in calce). Un'analisi sociologica propositiva su
ciò che si sta consumando nella nostra Nazione e su cui urge un rimedio che
interpella l'Etica, le Istituzioni, la Società, la Previdenza presente e
futura.
Continuerò la mia lunga
umana battaglia (forse più grande di me quanto lo è ancora il silenzio tombale
circostante), convinto che ciò contribuisca a favore della Persona nel valore
più alto, attraverso il quale si contraddistingue la Civiltà e la Politica di
un Popolo.
Ringraziando
infinitamente, nell'attesa di una concreta risposta e sostegno a questo dramma,
invio un cordiale saluto, Alberto Pellè.
IMPRIGIONATI
A VITA DALLA “RIFORMA-GENOCIDIO” PENSIONISTICA E DEL LAVORO
Tra disoccupazione e
precariato, esodati, chi perde lavoro né lo ritrova, c’è anche chi dopo
sette/otto lustri vorrebbe ma non può lasciare l’attività lavorativa, vedendo
traditi i valori più cari quali il sogno di libertà conquistata e la vita. Si è
giunti così a una previdenza che, pur in attivo ma deviando la ricchezza,
continua nell’innalzamento scellerato dell’età pensionabile anche contro chi,
senza scelta e senza essere causa di sperperi, stava lì lì per maturarla,
avendo eliminate anche le pensioni di anzianità dei 40 anni di servizio.
In “Senza Pensioni” gli autori
tracciano un Paese con una spesa pensionistica impropriamente usata anche negli
ammortizzatori sociali. Oltre alla scarsa crescita economica e demografica,
unitamente allo sbilanciamento tra entrate e uscite della previdenza, s’inizia
a lavorare più tardi. Stipendi e pensioni non sono commisurati al costo della
vita, e pagarsi una previdenza aggiuntiva è assai difficoltoso.
Si è adottato con l’accetta
mostruosi tagli lineari su pensioni e lavoro, più che ricorrere ad altre
entrate e a sensati rimedi. Questione di priorità, mentre, nel “tamtam della
crisi”, non si colgono le cause che da anni portano in rosso, come le costose
opere insostenibili e la dissanguante regola del mal costume. Si va dalle spese
pazze istituzionali (soprattutto nel suo indotto) sottratte da nuove tasse e
dai servizi al cittadino che si dice di voler rappresentare, al pensionato INPS
più ricco d’Italia con 90.000 € al mese, a differenza ad esempio degli
insegnanti plurilaureati con 1.000 € mensili.
Si è ora giunti a un embargo
contro i comuni pensionabili con monologhi agghiaccianti quali: “Il risparmio
sulle pensioni serve per salvaguardare il futuro previdenziale dei giovani”,
quando non si dà loro futuro e al contempo si sottrae quello conquistato agli
attuali anziani imprigionandoli a vita. Si sostiene che “non si possono dare
pensioni per quaranta anni lavorandone trenta”, come se andando in pensione
dopo sessanta/ settant’anni si vive in genere altri quaranta, a dispetto delle
statistiche, della qualità della vita, del buon senso e dei contributi versati
spesso in lavori di una vita poco gratificanti. Nel frattempo si stanno
sacrificando gli attuali onesti anziani che saranno forse l’ultima generazione
a lavorare per 45/50 anni. In un lampo sono stati scippati i sacri valori
conquistati in sessant’anni e quasi nessuno fa niente! Anche di fronte a
gravità quali: lavori usuranti e chi ha delle patologie, personale ridotto e
anziano, servizi e orari aumentati a fronte di stipendi decurtati, tagli alle
risorse pur aumentando le tasse, caos collettivo nella difficile offerta di
servizi ormai al collasso, piattume, maggiori malattie psico-fisiche e costi
socio-familiari che ricadono nella collettività. Così gli anziani di oggi
dovranno continuare, se riescono in queste condizioni inumane, a lavorare
“gratis” altri lunghi anni per poi percepire, con i nuovi drastici sistemi,
pure una pensione decurtata del 40% e più vicina alla “speranza di morte”,
visto i tagli e l’età pensionabile (la più alta al mondo) verso i settant’anni.
Ci sarà infine chi con 45/50 anni di servizio percepirà ad esempio 900 € al
mese di pensione al pari di chi ne ha lavorati quindici, a differenza degli
attuali pensionati che, a parità d’impiego e con 35 anni di contributi,
percepiscono 1.500 € al mese. Dopo aver lavorato una vita, i tre colpi di
grazia: schiavitù, miseria e corta vecchiaia.
Questo il turno degli anziani
di oggi. Questa la riforma del lavoro e delle pensioni nel motto della
“equità-crescita e del risanamento". Quando oltre ai suicidi, alle
numerose aziende che chiudono giornalmente, agli esodati, al precariato,
all’articolo 18, all’aumento delle tasse e dei tagli, delle diseguaglianze e
della povertà, nell’immane sofferenza si è trasformato il lavoro comune in una
prigione da cui ora né si può uscire né entrare. Si è legittimato il tradimento
contro l’economia equa e i valori inalienabili in un silente lento genocidio.
Una “moderna guerra” in nome del “debito pubblico”, che aumenta... Drammatici
in ogni caso, in termini economici nonché in servizi e vite spente, gli
sviluppi per i tagli nel breve e lungo periodo, unito allo sprofondare del
Benessere equo e sostenibile (Bes). Lo scempio della “riforma” è tra lo
sgomento di molti, mentre il malessere è sempre più incontenibile.
Non sono le doverose tasse il
dilemma principale (specie se distribuite equamente e con adeguati servizi), o
gli ammortizzatori sociali e quant’altro (se non sottratti alla previdenza), ma
il vero dilemma è l’andare contro la dignità del lavoro e la Vita. Non è
accettabile un sistema al contrario, dove gli ultimi a beneficiare e malamente
della previdenza sociale sono proprio coloro ai quali è rivolto e per cui è
nato il sistema pensionistico. Là dove si trasformano in capri espiatori quanti
lavorano e pagano i contributi, o si premi chi comincia a quarant’anni il
lavoro, togliendo ciò che appartiene agli anziani affamandoli nella fase più
vulnerabile della vita.
Occorre usare correttamente e
in modo decisamente più sostenibile le risorse socio-economiche, più che
iniziare dalla coda e sterminare le tutele sociali presenti e future, ed è
necessario rivedere o liberalizzare i contributi previdenziali, far scegliere
il prolungamento o riportare l’uscita lavorativa a quota 96 (anni d’impiego più
l’età anagrafica), per incentivare la crescita, l’occupazione giovanile, le
aziende, l’economia, ridare etica e dignità alla persona.
6 marzo 2013 - Napoli, Città della Scienza
- Indire una pubblica assemblea entro 48 ore a città della scienza dove radunare tutta la cittadinanza onesta di Napoli e far sentire a tutta l'Italia la nostra presenza e la nostra voce. Da replicare a Roma in modo organizzato e strutturato con tutta la società civile napoletana.
- Organizzare una pubblica sottoscrizione per la ricostruzione di Città della Scienza, tramite l'istituzione di un Garante che verifichi la trasparenza e l'efficacia della raccolta e dell'utilizzo. Un nome per il garante: Giorgio Napolitano che a breve andrà via dal Colle.
- Organizzare entro fine mese un mega concerto invitando artisti napoletani che rappresentano con la loro musica e le loro arti la vera buona "napoletanità" a promozione della pubblica sottoscrizione
10 gennaio 2013
... Buen Vivir ...
In teoria non avrei tempo: sono le 2,00 di notte e sono
stanca.
In pratica se non scrivo, oggi
finirei per sentirmi fortemente chiamata in causa, additata … dalle mie stesse
parole.
Ieri sono stata ad un incontro. La
presentazione di un libro. Il tema era “Confronto sul Buen Vivir”. Relatori
l’ex sindaco di Bogotà (Colombia), professore e rettore universitario Antanas
Mockus, don Giovani Franzoni e l’attuale sindaco di Napoli Luigi De
Magistris.
Ho ascoltato 3 testimonianze
“fuori dal comune”. Se non
temessi i miei stessi vocaboli potrei dire tre ore piene di “buona politica”
(liberi di dare ad aggettivo e sostantivo i contenuti che ognuno a modo proprio
ha salvato dallo scempio)
Ho ascoltato idee, analisi, punti
di vista su responsabilità sociale, gestione della cosa pubblica,
cittadinanza consapevole e attiva, idee piene di senso e creatività. La fantasia
al potere ed una coerente idealità possono dar vita a matrimoni fecondi i cui
figli e figlie si chiamano cittadini, la cui casa è pubblica ed i cui beni sono
“comuni”.
Pensare alla Colombia è inanellare
parole come narcotraffico, sangue, corruzione, populismo.
Ma ridurre a queste parole il
proprio “sapere” è perdere molto di questa terra.
Antanas Mockus è un uomo minuto,
esile, agile. Occhi profondi, luminosi, cercatori e sanamente visionari. Una
voce calda specchio di un animo realisticamente utopico. Un artista che svela
una capacità da manovale nel costruire ed ideare spazi e
futuro.
Di fronte al degrado, alla
mancanza come sistema, alla violenza, l’alternativa alla resa (spesso
mascherata col nome di “politiche forti”) è la leggerezza, lo stupore,
l’umorismo … la fiducia declinata in tutte le sue voci.
E’ così che il prof. Mockus decide
ad esempio – di fronte alla sistematica trasgressione del codice della strada –
di affiancare i vigili urbani con dei mimi. Ai mimi – posizionati in giro per le
strade, agli incroci, accanto agli snodi più frequentati - il compito di
ripetere comportamenti scorretti ogni volta che vi assistano soprattutto quelli
in violazione dei segnali di attraversamento pedonale, o di chi getti rifiuti in
strada, o manchi di rispetto alle persone anziane. La scorrettezza letta con
ironia viene svuotata della sua virulenza e resa ridicola. Come ridicolo appare
chi la compia. Con i mimi sono stati raggiunti risultati che le contravvenzioni
e i divieti non avevano mai ottenuto.
Sempre nel nome della leggerezza,
del comunicare in modo sorprendente – e quindi destabilizzante –
la lotta allo spreco di acqua è affrontata dal sindaco di Bogotà facendosi
riprendere nudo mentre fa la doccia dimostrando come sia possibile completarla
in tre minuti. Un gesto che vale mille discorsi.
Una delle sfide più importanti è
stata quella alla violenza urbana. Nei primi 3 anni del suo mandato il tasso di
omicidi è calato di 21 punti percentuali. Gli strumenti sono stati molteplici ma
l’idea di fondo è riportare nel sentire comune il senso di fiducia. Il primo
passo è il valore dell’autolimitazione, il secondo è la mutua limitazione, il
terzo la limitazione dall’esterno. Se di fronte a dinamiche violente l’unica
risposta alla domanda di sicurezza è solo e sempre limitare dall’esterno i
comportamenti brutali non si svilupperà mai negli individui la capacità di
autolimitarsi: un valore ed una risorsa per tutti.
Non sono in grado di condensare in
poche righe una visione politica così piena di creatività, di nuovi linguaggi,
di partecipazione, di riappropriazione di spazi e scelte, di
condivisione.
E sulla condivisione don Giovanni
Franzoni ha fatto una riflessione che ha toccato proprio la dimensione del
sacro. Ciò che rende l’ostia sacra non sono – solo – le formule recitate dal
celebrante ma la dimensione del gesto, la comunione, la dinamica assunta e
accolta del condividere. Sono i gesti, le scelte che compiano ad infondere
sacralità a ciò che utilizziamo nel nostro vivere.
Condivisione, valore della
persona, sfide
E’ il turno di Luigi De Magistris.
Anche Napoli è a suo modo un trampolino.
La prima volta che lo sento
parlare di persona. Serio, attento, ha carisma.
Napoli è senza soldi. Ma le
soluzioni non devono partire dai soldi. Né da altri. Le soluzioni sono seminate
nelle persone quando tornano a pensare da cittadini.
Una delle trappole è l’alternativa
pubblico privato. Non funziona il “pubblico”? Aumentiamo il privato.
Ma la coscienza civile per
rifondarsi ha bisogno di recuperare ambiti altri ed oltre la contrapposizione
pubblico privato. Gli ambiti dei beni comuni.
A Napoli tutta la raccolta
dell’immondizia era stata sempre e sempre più affidata a privati (sub appalti in
odore di camorra) La scelta è stata riportare tutto su un piano
pubblico.
Aumentare ciò che è pubblico e
comune: spazi, luoghi, beni, è togliere ossigeno alla criminalità ed alla
violenza. Ogni spazio restituito alla collettività è uno spazio in cui sarà meno
probabile assistere ad eventi criminosi.
Per realizzare questa
riappropriazione comunitaria dell’abitare – senza fermarsi di fronte alla
mancanza di fondi - in ogni quartiere il Comune ha proposto agli abitanti la
disponibilità di alcuni spazi (edifici, costruzioni etc) da utilizzare come
centri per la cultura, lo sport, il tempo libero, la formazione. I lavori di
“riconversione” però devono essere sostenuti attraverso una sorta di azionariato
popolare in modo che la responsabilità personale sia doppiamente evidenziata.
Tali progetti stanno dando ottimi risultati e la sfida principale – quando si
iniziano a riaccendere le capacità e le speranze – è oggi quella di
confrontarsi con proposte continue che rivelano in ogni abitante un potenziale
“sindaco”.
E poi c’è e c’è stato
l’esperimento del lungo mare restituito ai cittadini. Una restituzione che ha
svelato rispetto, com-partecipazione, convivialità, ordine e pulizia.
Nulla di peggio di un luogo comune
per strangolare la novità e la crescita individuale e
comunitaria.
Ero andata ad ascoltarli perché
ero in cerca di risposte. Di segni.
Domenica scorsa ero allo stadio
dei marmi. Con me i mie due cani. Le mie due figlie pelose e miti. Entrambe al
guinzaglio. Giornata splendida. Intorno allo stadio bambini, biciclette,
passanti. Viene verso di me, di noi, un cane nero. Chiedo al padrone urlando per
la distanza di mettergli il guinzaglio. Una delle mie cane è stata morsa lo
scorso anno e da allora è talmente spaventata da reagire in modo scattoso. Con
flemma il padrone si avvicina e mette il guinzaglio al cane. Quando lo incrocio
mi permetto di dirgli: sarebbe uno spazio pubblico con obbligo di guinzaglio per
i cani. Risposta: a me degli obblighi non mi
interessa niente!
Non solo sei in torto. Non solo
non ti scusi. Ma “chiudi” tutta la questione unicamente su un piano egoistico ed
egocentrico.
Potrà sembrare banale questa
digressione sui cani ma la sua emblematicità mi ha svuotata. Le città si
riempiono di cartelloni elettorali mentre le persone si svuotano (sono oggi
svuotate) di ogni civismo. Per chi sono allora quei cartelloni ? Questo
prolificare afono di ricette politiche tendenti all’insipido?
Da dove e da cosa (ancor prima che
da chi) è possibile ripartire ?
Cercando ho trovato un primo
mirabile segno, una prima risposta nelle tre voci di ieri: 3 visionari seduti
su un palco a raccontare una politica fecondata di profezia e “fede”.
E – come spesso capita – accanto a
questo segno ve n’era un altro opposto.
In sala saremo stati probabilmente
una settantina di persone.
Settanta su circa 3,5 milioni di
abitanti.
Mi chiedo
cosa devo valutare per arrivare
alle mie risposte:
il valore di ciò che ho ascoltato
o il numero delle presenze?
Credo entrambi, necessariamente
entrambi. Sbilanciarmi su uno sarebbe alterare l’altro.
Sono da poco rientrata da una
conferenza di un padre gesuita – P. Francesco Rossi de Gasperis – su Giobbe.
Ho scoperto che c’è un termine
ebraico “davar” che viene tradotto come parola ma in realtà significa “fatto”,
cosa, evento. In ebraico la parola è un fatto che viene espresso.
Era questo forse che stavo
cercando.
Ho bisogno – c’è bisogno per una
politica degna di fiducia – di parole al servizio dei fatti. Parole plasmate di
fatti ed eventi. Senza un fatto non può – ne deve o dovrebbe esserci –
parola.
Ne sono state dette tante, troppe
senza che i fatti le abbiano mai seguite … meno che meno
precedute.
Sarà per questo che i cani restano
senza guinzaglio, i teatri vuoti … ed io a quest'ora davanti al
PC?
... buona notte
...
gaia
17 ottobre 2012
Signor Prefetto di Napoli
e p.c. Signora Prefetto di Caserta
Signora Ministro degli Interni
Signor Prefetto,
sono appena ritornato a casa dopo l’incontro in prefettura di mercoledì 17 ottobre.
Come può facilmente immaginare mi sento tanto mortificato dalle sue parole gridate nei miei confronti e senza motivo davanti a un consesso così qualificato.
Che dirle?
Se a me, prete di periferia, è concesso di ignorare che chiamare semplicemente “signora”, la signora Prefetto di Caserta fosse un’ offesa tanto grave, non penso assolutamente che fosse concesso a lei, arrogarsi il diritto di umiliare un cittadino italiano colpevole di niente, presente in prefettura come volontario per dare il suo contributo alla lotta contro lo scempio dei rifiuti industriali interrati e bruciati nelle nostre campagne.
Alla fine dell’incontro ho ricevuto la solidarietà di tante persone presenti all’increscioso episodio e la rassicurazione da parte della signora Prefetto di Caserta che non si era sentita per niente offesa da me nell’essere chiamata “ signora”.
Forse le sarà sfuggito che lei non era e non è un mio superiore.
Mi dispiace.
Tanto.
Avrebbe certamente potuto consigliarmi di rivolgermi al Prefetto di Caserta, chiamandola
“ signora Prefetto”. Avrei accolto immediatamente il suo consiglio. Invece, con il tono di voce del maestro che redarguisce lo scolaro, e con parole tanto dure quanto inopportune, ha quasi insinuato che il sottoscritto non avesse rispetto per lo Stato.
Scrivo sovente per Avvenire, il giornale che ha il merito di aver portato il nostro dramma alla ribalta della cronaca nazionale. Se vuole può controllare se tra i miei numerosi editoriali c’è una – dico una sola – parola dove non risuona un amore sviscerato per la mia terra, la mia Patria , la mia gente. E un rispetto sofferto per le Istituzioni.
Al contrario, se una cosa mi addolora ( l’editoriale di ieri, martedì 16 ottobre lo conferma ), se una cosa mi addolora, dicevo, è constatare che tante volte è propria la miopia delle istituzioni, la pigrizia di tanti amministratori, il cattivo esempio di tanti politici che fanno man bassa di denaro pubblico, a incrementare la sfiducia e la rabbia in tanti cittadini.
Personalmente sono convinto che la camorra in Campania non la sconfiggeremo mai. Lo dico non perché sono un pessimista. Al contrario. Non la sconfiggeremo perché il “pensare camorristico” ha messo radici profondissime in tutti. Quel modo di pensare e poi di agire che diventa il terreno paludoso nel quale la malapianta della camorra attecchisce.
Come ho potuto dirle in corridoio, io alle mortificazioni sono avvezzo. Spendo la mia vita di prete nella terra del “ Clan dei Casalesi”. La mia diocesi, Aversa , è quella di Don Peppino Diana.
Quante umiliazioni, signor Prefetto. Quante intimidazioni. Quanti soprusi. Quante minacce da parte dei nemici dello Stato o di semplici delinquenti.
Ma io dei camorristi non ho paura. Lo so, potrebbero uccidermi e forse lo faranno. Io l’ ho messo in conto fin dal primo momento in cui sono stato ordinato prete.
No, non sono loro che rendono insonni le mie notti. Loro non sono lo Stato. Loro sono i nemici del vivere civile. Loro hanno sempre e solamente torto.
Io credo allo Stato.
Alla democrazia.
Io credo alla libertà.
Io credo alla dignità dell’uomo.
Di ogni uomo.
Io spendo i miei giorni insegnando ai bambini, ai ragazzi, ai giovani che non debbono temete niente e nessuno quando la loro coscienza è pulita. Ma aggiungo che bisogna sradicare il fare camorristico sin dai più piccoli comportamenti.
Perché tutto ciò che uno pretende in più per sé e non gli appartiene, lo sta rubando a un altro. Perché ogniqualvolta che una persona si appropria di un diritto che non ha, sta usurpando un potere che non gli è stato dato.
Tutti possiamo cadere in queste sottili forme di antidemocrazia.
Ecco, signor Prefetto – glielo dico con le lacrime agli occhi – lei stamattina mi ha dato proprio questa brutta impressione. Lei ha calpestato la mia dignità di uomo.
Ha voluto mortificare il prete o il volontario impegnato sul dramma dei roghi tossici?
Ha voluto insegnarmi l’educazione – a 57 anni! – o mettermi a tacere perché già immaginava ciò avrei denunciato?
Le nostre campagne languono, signor Prefetto.
I giovani sono scoraggiati.
I tumori sono aumentati a dismisura.
La gente muore in questa terra avvelenata e velenosa.
Le amministrazioni locali – qualcuno glielo ha ripetuto anche stamattina – non riescono a tutelare i loro territori e la salute dei loro cittadini. E proprio a costoro viene ricordato il dovere farlo.
È una serpe che si morde la coda.
Noi abitanti di questi paesi a Nord di Napoli, ci sentiamo prigionieri in questo “ Triangolo della morte” dal quale desideriamo uscire quanto prima, pur sapendo che per tanti di noi i danni alla salute sono ormai irreparabili.
Lo facciamo per le generazioni future.
Per andare con serenità incontro a sorella morte quando sarà il momento.
Ci ripensi.
In mezzo a tanti problemi in cui siamo impelagati; mentre nei nostri paesi tanta gente scoraggiata non ha fiducia più in niente e in nessuno; mentre la camorra ancora ci fa sentire il suo fiato puzzolente sul collo; mentre i rifiuti tossici continuano ad essere bruciati e interrati nelle nostre terre, il signor Prefetto di Napoli, mette alla berlina un prete davanti a una cinquantina di persone, perché si è rivolto al Prefetto di Caserta chiamandola semplicemente “ signora”, anziché “ signora Prefetto”.
Incredibile.
Resto, naturalmente, coi miei dubbi.
Ai miei diritti non rinuncio facilmente.
Ma, mi creda, cerco a mia volta di non invadere quelli di nessuno.
Purtroppo, stamattina, credo che lei, signor Prefetto, pur forse senza volerlo, abbia maltrattato e rinnegato i miei.
Le auguro ogni bene.
Il parroco
Sac. Maurizio PATRICIELLO
Frattaminore 17 ottobre 2012
15 ottobre 2012
Mi presento: mi chiamo Antonietta Brillante; sono dottore di ricerca in filosofia politica; ho ottenuto tre abilitazioni alll'ultimo concorso indetto alla fine degli anni 90; sono entrata di ruolo nella scuola pubblica nel 2004 e attualmente insegno filosofia e scienze della formazione presso il Liceo Forteguerri di Pistoia.
In base a quanto ho appena letto su alcuni quotidiani, Lei ha argomentato la proposta di portare a 24 ore settimanali l'attività di insegnamento dei docenti della scuola secondaria, sostenendo che "bisogna portare il livello di impegno dei docenti sugli standard dell'Europa occidentale".
Mi chiedo e Le chiedo se Lei è mai stato in una scuola di un Paese dell'Europa occidentale, possibilmente del nord-Europa. E' un interrogativo che non mi pongo da oggi, ma che oggi, a fronte delle Sue ultime dichiarazioni, si fa più impellente ed esige una risposta precisa.
Ebbene, io Le posso dire che ci sono stata. Quattro anni fa, sono stata in Danimarca, in un paesino dello Jutland, Skive, per due settimane. Ho accompagnato una classe ad uno scambio e, dal momento che insegno in un Liceo pedagogico, abbiamo visitato, full-time, per 14 giorni, scuole di ogni ordine e grado: dai Kindergarten ai Licei. Le posso anche dire che le nostre scuole, per quanto riguarda le strutture, i materiali didattici, gli spazi e i tempi della didattica, sono proprie di un Paese arretrato e sottosviluppato: e di questo, la responsabilità è di chi ha deciso, da vent'anni a questa parte che, prima, per entrare in Europa, poi, per far fronte alla crisi, bisogna tagliare la spesa pubblica, cioè la scuola, la sanità, le pensioni (sia mai le spese militari - vedi acquisto degli F 135 - o le missioni militari all'estero). Per inciso, "ricette" per le quali non è necessario un governo di "tecnici", né lo stipendio di ministro o di parlamentare: le saprei proporre pure io, che mi occupo di altro e ho ben altre competenze.
A Skive mi sono resa conto che, per quanto riguarda il curriculum di studi e la didattica, con eccezione di quella che prevede l'uso di laboratori, noi non abbiamo niente da invidiare ai Paesi europei. Non solo il livello di preparazione dei colleghi danesi non era certo superiore al mio o a quello di molti colleghi italiani, ma ho anche rilevato che, per quanto riguarda lo studio analitico dei testi e delle fonti (siano essi letterari, storici o filosofici), mediante il quale gli alunni conseguono diverse competenze, molti docenti italiani potrebbero avere qualcosa da insegnare a quei colleghi.
Ministro, sono questi gli standard europei!
Io sono un'ottima insegnante: non solo perché ho un livello di preparazione nelle mie discipline persino superiore a quello che è richiesto ad un docente di scuola superiore, ma perché ho la capacità - lo attestano i riconoscimenti degli ex alunni e delle loro famiglie - di coinvolgere gli studenti, di sollecitare la loro attenzione, il loro interesse e la loro curiosità. Sono una professionista e come tale voglio essere considerata e trattata. Questo significa anche, signor ministro, che io non lavoro 18 ore, perché, quando torno a casa, leggo, studio, mi auto-aggiorno; preparo nuovi percorsi didattici e di approfondimento adeguati alle classi nelle quali mi trovo ad insegnare, che sono diverse ogni anno, e per le quali è prevista, proprio dal Suo Ministero, una programmazione ad hoc. Correggo i compiti, tanti compiti e non faccio test a crocette, "a risposta chiusa", per i quali la correzione richiederebbe meno tempo e fatica, perché ritengo che con quei test i ragazzi imparerebbero poco e la stessa valutazione non sarebbe adeguata, ma propongo quesiti a risposte aperte e saggi brevi. E quando correggo, non mi limito a fare segni rossi, ma suggerisco alternative corrette. Ha idea di quanto tempo ci voglia?
Io non sono un'eccezione tra i docenti della scuola italiana, perché, fortunatamente, le nostre scuole possono contare su una grande maggioranza di professionisti, che credono nel loro lavoro e lo svolgono con passione ed impegno: che lo praticano come Beruf.
Quanto all'aumento delle ore di insegnamento: Lei sa cosa significa insegnare, cioè svolgere attività didattica per lo più frontale o lezione guidata, perché non abbiamo altri strumenti a disposizione, per 24 ore alla settimana? Lo ha mai fatto? Le posso dire una cosa: ho svolto diversi lavori prima di incominciare ad insegnare e nulla è più faticoso che guidare un gruppo di alunni sulla strada della conoscenza, del sapere. E' una fatica fisica e mentale. E quello che affermo non ha niente a che vedere con il problema della disciplina, con il fatto di dover alzare la voce per farsi ascoltare: un problema che non ho mai avuto, neppure quando svolgevo supplenze temporanee o insegnavo nella scuola secondaria di primo grado a ragazzini più piccoli.
E a proposito di standard europei, signor Ministro, mi fa piacere informarLa che a Skive, e nelle altre scuole danesi che ho visitato, i miei colleghi non solo non hanno cattedre di formica verde, ma hanno un piccolo studio dove possono fermarsi, nelle ore libere tra un impegno e l'altro, e correggere compiti, studiare, riposarsi. Hanno in dotazione computer; hanno sale-professori attrezzate con cucine, salottini con tavolini e divani, distributori gratuiti di bevande calde e fredde. Vuole venire a Pistoia, signor ministro, a vedere che cosa ho a disposizione io, nella mia scuola, quando devo restare intere giornate, perché ho riunioni pomeridiane, e non posso rientrare a casa, non tanto perché la mia abitazione dista 40 km dalla scuola, ma perché il servizio di trasporti regionale è talmente disastroso sulla linea Firenze-Pistoia, che sono costretta a trascorrere intere giornate fuori casa?
Venga, e le mostrerò volentieri la sala-professori, i bagni per gli insegnanti e, se vorrà vederli, anche quelli per gli studenti; se viene quando il freddo sarà arrivato, si copra bene, perché lo scorso anno, a gennaio, per diversi giorni, la temperatura, nelle aule, non superava i 10°. Le mostrerò volentieri le lavagne di ardesia, dove tento di presentare mappe concettuali con gessi talmente scadenti che le cimose polverose non riescono a cancellare i segni. Le mostrerò le poche aule che hanno carte geografiche degne di un mercato del modernariato e quelle invece ancora più spoglie, dove, però, può darsi che penzoli un crocifisso privo di una gamba o di un braccio.
Lei afferma che i soldi risparmiati aumentando le nostre ore di lezione, cioè impiegando meno personale docente e aggravando le difficoltà di una scuola già stremata, verranno investiti in futuro per creare scuole di standard europeo. Non le credo. Sono false promesse e pure offensive per chi nella scuola pubblica lavora e per chi crede nella sua funzione e importanza. Se quella fosse stata la Sua intenzione e l'intenzione del Suo governo, avreste dovuto cominciare perlomeno a darci dei segnali nel corso di questi mesi: non solo questi segnali non ci sono stati, ma quelli che abbiamo visto e vediamo vanno in direzione opposta: l'affossamento e la distruzione della scuola pubblica (per non parlare dell'università).
Il demagogismo non mi attira, né mi attraggono le pulsioni anti-casta. Eppure, signor Ministro mi sento di dirLe che Lei, come molti uomini e donne che hanno responsabilità politiche, siete, parafrasando il titolo di un bel libro di Marco Belpoliti, "senza vergogna": ed è ora, invece, che la vergogna venga riscoperta come virtù civile, e diventi il fondamento di un'etica pubblica, per un Paese, la cui stragrande maggioranza di cittadini e di non-cittadini non merita di essere rappresentata e guidata da una classe politica e "tecnica", ammesso che questa parola abbia un senso, weberianamente miope, non lungimirante, sostanzialmente incapace di pensare all'interesse pubblico e di agire per esso.
Domani sarò in pazza, signor ministro, a gridare con la poca voce che ho la richiesta delle Sue dimissioni! Antonietta Brillante
28 maggio 2012
Comunità Rut –
Suore Orsoline scm ∙ Corso Trieste,
192 ∙ 81100 Caserta ∙ Tel/Fax
0823/278078∙ e-mail: rut@orsolinescm.it
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Suore Orsoline scm ∙ Corso Trieste, 192 ∙ 81100 Caserta ∙ Tel/Fax 0823/278078∙ e-mail: rut@orsolinescm.it
15 giugno 2011
“ … ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi.
Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo … come lacrime nella pioggia. È tempo … di morire. » (dal film Blade Runner)
Davanti alle immagini della manifestazione di ieri … mi sono ritrovata a evocare come profetiche … le parole di un notissimo film di fantascienza … e mi sono chiesta: sarà normale?
No!
Non è normale (e non è bene) che la violenza attraversi - come una scarica elettrica - il corpo innocente di una manifestazione assolutamente pacifica …
Una manifestazione la cui ragion d’essere – “l’ indignazione per la perdita dei diritti per mano dell’alleanza di grandi multinazionali e classe politica” - perfino Mario Draghi ha ritenuto legittima: “”Se siamo arrabbiati noi per la crisi, figuriamoci loro che sono giovani, che hanno venti o trent’anni e sono senza prospettive”.
Chi può trarre vantaggio dalle violenze di ieri?
Non c’è bisogno di intervistare politologi, sociologi, esperti eccellenti … mi permetto – da banale cittadina – di rispondere io!
Il vantaggio è solo per chi questa situazione economica mondiale l’ha causata. E’ un grandissimo vantaggio. Confondere le forme – fino a farle prevalere – sui contenuti.
Spostare le responsabilità e l’attenzione. Spegnere il dissenso e delegittimare ogni voce. Quante volte da adolescente, quando litigavo con i miei mi sono sentita dire: chi urla ha sempre torto ! … comodo …. molto comodo …
Oggi, madre di adolescenti, credo fermamente che urlare sia sbagliato … ma di fronte a chi urli … non riesco a non interrogarmi … sui perché ….
C’è l’urlo ottuso di chi non ha ragioni da offrire … ma c’è anche l’urlo di dolore di chi ha subito un torto, un’offesa, un danno … una violenza ….
Ieri hanno parlato gli incendi, le manganellate, le fughe, la distruzione (da condannare senza se o ma!) … ed hanno totalmente taciuto i contenuti che quella manifestazione – globale e civile – aveva generato: “Le manifestazioni sono contro quattro poteri: sistema finanziario nella sua globalità di paradisi fiscali, sistema bancario e agenzie di rating, potere politico, dove i dirigenti sono lontani anni luce dalla gente, potere militare, dagli eserciti alla Nato. E potere dei media composti dai grandi gruppi editoriali e i gestori di internet” (dal sito degli Indignados spagnoli)
Sto scrivendo – non so bene neanche a chi – per denunciare proprio un ultimo grande potere: il silenzio.
Non è più tempo di tacere. La complicità del buon senso è ormai troppa.
E’ stato detto - anche dallo stesso Draghi – che solo rimanendo pacifici questi manifestanti avrebbero avuto credito per essere ascoltati.
Ma ascoltare è un’arte che presuppone rispetto, correttezza, costruttività e interesse. Presuppone infine la possibilità di scoprire – ascoltando – molte responsabilità. Responsabilità di cui si dovrebbe poi dar conto.
Onestamente non vedo nella classe dirigente di questo Paese (che scrivo con la maiuscola ma penso con la minuscola) nessuna di queste virtù. Non le vedo e non le ho viste nelle reazioni di Brunetta di fronte ai precari, della Gelmini di fronte agli studenti, di Calderoli di fronte ai migranti … di Berlusconi di fronte a tutti i cittadini italiani …
Non le vedo più …
Non le vedo più … in chi dovrebbe guidare l’economia, l’amministrazione, la finanza, la cosa pubblica … ma non le vedo più neanche in chi dovrebbe guidare la cosa … spirituale …
Questa Chiesa che riesce a denunciare comportamenti indecorosi, ignominiosi, indecenti … illegittimi … dopo anni in cui è stata ad osservarli mi ha indignata (l’ho scritto!) quasi più di quanto avrebbe potuto farmi indignare …. tacendo.
Se avesse taciuto mi sarei detta: una scelta di misericordia totale … scelta opinabile … ma con una sua evangelica logica interna ….
Ma parlare dopo anni … non può non far pensare: queste denunce perché non sono state fatte subito? cosa ha motivato un silenzio tanto lungo? come non leggervi una complicità?
… Ma chi, chi, vedendo i propri figli comportarsi male aspetterebbe anni prima di dire: mio caro così non si fa, è sbagliato ! … Più che lecito da parte dei figli allora dire: se non si fa, potevi dirlo subito … perché hai lasciato che continuassi? Il tuo silenzio ed il mio agire … sono ormai una cosa sola …
Ho visto cose che pensavo appartenessero solo alla fantascienza … e non riesco più a vedere diritti, doveri, responsabilità, solidarietà, servizio, libertà di parola, pensiero, manifestazione … cose che – per noi umani – un tempo erano … realtà!
Gaia: gaiaevito@yahoo.it,
Qualche giorno fa un’amica di Fatti Mail mi ha inviato un articolo di Aldo Maria Valli in cui venivano riportati brani di un discorso del Cardinal Marini del 1999 in merito all’accidia politica.
Un lungo discorso che meriterebbe di essere riletto tutto
Lascio – a chi abbia voglia di leggere – alcuni passi di quel testo :
“ … quali paure abitino di fatto il nostro tempo e richiedano il nostro coraggioso impegno per scongiurarle. Di una di queste cose temibili vorrei parlare in particolare. Si tratta di un male oscuro, difficile da nominare, forse anche perché è difficile da riconoscere, come un virus latente eppure onnipresente. Potremmo chiamarlo col nome di "pubblica accidia" o di "accidia politica". E' il contrario di quella che la tradizione classica greca, come pure il Nuovo Testamento chiamano parresia, libertà di chiamare le cose con il proprio nome. Si tratta di una neutralità appiattita, della paura di valutare oggettivamente le proposte secondo criteri etici, che ha come conseguenza un decadimento della sapienzialità politica. Stiamo di fronte a questo male quando, ad un atteggiamento di valutazione responsabile e impegnata delle diverse proposte culturali presenti nel nostro mondo occidentale, si sostituisce un aprioristico giudizio di equivalenza formale di ogni progetto o comportamento e quindi la semplice presa d'atto di una diversità di valutazioni etiche … Accade così che ci si limiti a esigere rispetto per la propria opinione, senza impegnarsi a declinare le ragioni per cui quel rispetto vada concesso. In altre parole il rispetto assoluto dovuto a ogni persona viene confuso con l'attribuzione aprioristica di una valenza e di una sensatezza identica a qualunque tipo di proposta. Si ha dunque l'impressione che la proclamazione del valore del diritto individuale non sia avanzata per garantire pari opportunità di confronto per le motivazioni di tutte le proposte, ma solo per delegittimare la possibilità e la serietà del confronto e una possibile soluzione culturale determinata. Riferendomi al testo di Isaia 11, che esprime le qualità del buon governo, siamo qui di fronte a un sistema di pensiero che non privilegia né sapienza, né intelletto, né consiglio, che confonde la fortezza col semplice consenso di massa, che relega la scienza e la pietas in settori incapaci di influire sulla ricerca del meglio … Se tutte le posizioni etiche sono equiparate indiscriminatamente, è inevitabile che finisca col prevalere la posizione che suona immediatamente più facile, più piacevole al momento e meno impegnativa. Non è più una società "bella e buona", quella a cui si tende, ma una convivenza fiacca, opaca, frammentata, una società senza forma. Da questo atteggiamento deriva anche la difficoltà di tenere insieme le maggioranze, quando cioè non si condivida un ordine gerarchico delle ragioni della coesione, quando manchi la volontà progettuale di accettare le gradualità per le proprie richieste, quando il mattone che ciascuno dovrebbe portare alla costruzione diventa il sasso lanciato senza preoccuparsi della sua insensibilità nel progetto, quando alla logica della casa comune si sostituisce l'umoralità o il risentimento, quando si cerca la brillantezza della battuta e la persuasività dello slogan più che la fatica della riflessione oggettiva che mira a convincere. Normalmente lo scadimento etico della politica, in un corpo sano, dovrebbe essere rilevato e punito da un calo di consenso. Già Aristotele aveva formulato il principio secondo cui il male è destinato a distruggersi da sé perché "le persone disoneste non possono essere concordi se non in piccola parte, e così neppure possono essere amiche, perché aspirano ad avere di più nel campo delle utilità e si sottraggono invece alle fatiche e al servizio; e ciascuno volendo per sé questi vantaggi, sta a controllare il vicino e a ostacolarlo... Quindi si verificano tra loro dissensi, perché l'uno cerca di costringere l';altro e nessuno vuole agire con giustizia". Ma sembra non essere più così. Se si prescinde dal preoccupante aumento delle astensioni nelle tornate elettorali, si ha l'impressione che il degrado etico della politica non sia punito consequenzialmente, almeno in tempi brevi. Infatti, a stravolgere il meccanismo sano di autopunizione, interviene, oltre al dato culturale della frammentazione individualistica, il peso della comunicazione politica, mai tanto rilevante come nel nostro tempo, nel quale mancano o sono indeboliti gli organismi di filtro societari per la creazione di una pubblica opinione. Solo l'esistenza di solide strutture societarie e comunitarie consentirebbe di stabilire, oltre che una rete umana di rapporti, anche criteri di valutazione e una opinione pubblica in senso vero e proprio. Laddove invece queste strutture mancano o sono deboli, la comunicazione non trova un tessuto etico pronto ad accoglierla con senso critico. Trova una serie di individui con i loro interessi particolari e più in generale trova quell'insieme indistinto che viene chiamato "la gente" e che non è in grado di opporre una resistenza condivisa e critica. “
Ripartire dal significato delle parole: Gratitudine
“l’homo technicus-oeconomicus crede, a modo suo, di bastare a se stesso. Arrogante, demiurgo, auto soddisfatto, si sfrega le mani, dispone di tutto ciò che il pianeta gli offre, si arroga tutti i diritti, ignora i propri doveri, taglia i legami che lo uniscono agli altri esseri umani, alla natura, alla storia ed al cosmo. Spinge talmente in là l’emancipazione che corre il rischio di strappare tutti i fili e di sganciare, di sganciarsi, di auto-espellersi dalla creazione. La sua ideologia è talmente semplicistica che un qualunque fondamentalismo religioso sembra in paragone sottile e pluralistico. Un solo precetto, una sola legge, un solo parametro, un solo campione: il rendimento! Come esprimere meglio la trivialità criminale di un ordine unico?Come non vedere che ogni contributo sottratto alla cultura ed all’educazione dovrà venire moltiplicato per 100 per rimettere in sesto i servizi sanitari, l’aiuto sociale e la sicurezza pubblica? Senza conoscenza, infatti, senza visione e senza fertilità d’immaginazione ogni società sprofonda presto o tardi nel non-senso e nel’aggressione.
Esiste un potente antidoto a questo macabro gioco, a portata di mano, in ogni istante: la gratitudine.
Essa soltanto sospende la nostra avida corsa. Essa rivela che tutto è dono e per di più dono immeritato. Non perché ne saremmo, secondo un’ottica moraleggiante, indegni, ma perché il nostro merito non sarà mai abbastanza grande per controbilanciare la generosità della vita! Il pittore Turner si faceva rinchiudere per giorni interi nell’oscurità completa della sua cantina per vivere nel momento della sua liberazione, lo splendido shock del giorno e dei colori. Si può tuttavia dire che avesse meritato gli occhi?
Alla sovrabbondanza generosa della creazione noi rispondiamo con una rapacità subdola. La Vita ci offre in abbondanza ciò che il nostro sistema economico le ha strappato con l’astuzia e l’aggressione manipolatrici.
Esiste una domanda che quando la si pone dà le vertigini: che cos’hai tu che non abbia ricevuto in dono?
Se giro lo sguardo intorno a me, devo presto o tardi riconoscere che ci sono poche cose che non ho ricevuto in dono: la terra su cui cammino, l’aria che respiro, di chi sono? La lingua che parlo, di chi è? Le conoscenze che ho raggranellato, che ho potuto credere mie? La mano che guida la mia penna? Il corpo generosamente dato in prestito per qualche tempo? Domanda un padre della chiesa “non c’è nulla che tu non abbia ricevuto. Allora perché gloriartene?” (Christiane Singer)
Coltivare sani dubbi: “Un’altra linea di confine da stabilire è quella tra l’etica del dubbio e l’etica dello scambio. La globalizzazione ha tanti vantaggi e tanti svantaggi. Uno degli svantaggi è che fa fare molta strada al principio dello scambio, cioè all’idea che tutto possa essere comprato e venduto. Se guardate internet c’è di tutto: c’è un sito per suicidarsi, ci sono ventidue modi per suicidarsi, non si spiega perché uno dovrebbe suicidarsi, ma ci sono ventidue modi esemplificati. Si trova di tutto, buono o cattivo che sia, per cui si può vendere o comprare di tutto. E’ l’etica dello scambio che produce un effetto disastroso soprattutto per i poveri, perché chi non ha nulla da scambiare, quando prevale la logica dello scambio, che cosa può mettere sul tavolo? Il suo corpo, non ha altro che quello. L’etica dello scambio è un’etica della certezza apparente. Si paga, si compra, si vende: tutto semplice. Io penso che molte cose si possano scambiare, che molte cose si possano comprare e vendere, che su molte cose si possa cedere, però penso anche che ciascuno di noi deve avere qualcosa che non si compra e non si vende. Allora, se il dubbio ha un senso, il dubbio deve avere anche un limite. E’ il limite che ciascuno di noi deve costruire dentro di se, costruito dai valori che non si comprano e non si vendono. E poi c’è un altro elemento che deve guidarci per trovare i confini del dubbio ed è l’elemento della gratuità, come grande strumento di alternativa allo scambio. Nella vita di ciascuno di noi credo che ci debba essere qualcosa che non si compra e non si vende, ci deve essere qualche momento di gratuità: fai qualche cosa non perché c’è qualcosa in contropartita, ma perché devi farla sulla base di quel valore che non si compra e non si vende. Questa è la gratuità necessaria. E’ importante poi riflettere su un punto: molto spesso si ritiene che ci sia sempre coincidenza tra certezza e verità. Il contrario del dubbio è la certezza; a volte si pensa che la certezza sia sinonimo di verità, ma non è vero. Quante certezze nella storia dei popoli, delle nazioni, sono state terribili menzogne!” (L. Violente - L. Verdi) SOLO IO CHIEDERO' Solo io chiederò che la guerra non mi lasci indifferente è un mostro grande e si divora la povera innocenza della gente Solo io chiederò che il dolore non mi lasci indifferente e che la Porca Morte non m'incontri prima che queste parole siano spente Solo io chiederò l'ingiustizia non mi lasci indifferente non voglio mai più porger l'altra guancia ed il cielo non ci ha mai donato niente Solo io chiederò che la rabbia non mi esca dalla mente che chi è poi un bastardo non m'incanti col sorriso che nasconde il niente Solo io chiederò che il passato non sia mai dimenticato e non si cancelli la memoria dell'arroganza che ci ha sempre calpestato E ancora chiederò che il futuro non mi trovi diffidente c'è ancora tanto da inventare per costruire una cultura differente c'è ancora tanto da inventare per costruire una cultura differente (Mercedes Sosa) |